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I NOSTRI RACCONTI ,
PER SOGNARE UN PO' ...

 

 


Queste non sono storie vere di qualche nostro gatto adottato,
ma vere "storie", racconti di fantasia, fiabe insomma,
e come tali ve le proponiamo.
Che poi, come in tutte le fiabe, vi sia in esse un fondo di verità…
be’, questo sta a voi giudicarlo.
Noi ci limitiamo a sperare che vi piacciano.

GIACOMO E L’ANGELO
(Una storia e lieto fine)

Un po’ di tempo fa, viveva in una grande città di questo mondo un uomo, che si chiamava Giacomo.
Viveva solo, perché la moglie era morta molti anni prima, e i figli, fattisi grandi, se ne erano andati per la loro strada.
Giacomo era di mezz’età, e nella sua vita aveva fatto molte cose, qualcuna giusta e qualcuna sbagliata:
non era niente di speciale, e non aveva mai fatto niente di speciale, aveva semplicemente vissuto
cercando di non fare troppo male né a se stesso né agli altri, anche se qualche volta, purtroppo, non ci era riuscito.
Adesso lavorava ancora, vedeva molte persone e aveva anche qualche amico, si interessava di tante cose,
era sempre occupato e nel complesso la sua vita non era male, ma era un po’ triste, perché si rendeva conto
che non aveva mai avuto la cosa che più gli sarebbe piaciuta: la possibilità di essere capito,
di instaurare con gli altri un rapporto di scambio veramente profondo.
Infatti Giacomo, sia che guardasse al passato, sia che osservasse il presente, vedeva che, fra lui e gli altri,
c’era sempre come un diaframma, una parete di vetro che distorceva i pensieri e travisava il significato delle azioni,
per cui lui faticava a comprendere le ragioni degli altri, e non era mai sicuro di aver capito bene, e gli altri regolarmente
interpretavano male e distorcevano le sue motivazioni.

Però Giacomo, alcuni anni prima, aveva avuto un colpo di fortuna: aveva fatto la conoscenza del suo Angelo Custode.
E’ noto che tutti hanno un Angelo Custode, che lo sappiano o meno, e anche Giacomo non riteneva di esserne privo,
però non ci aveva mai pensato proprio seriamente, lo dava un po’ per scontato e non credeva di poterlo incontrare personalmente.
Invece un giorno, mentre quasi oziosamente si stava domandando se anche lui aveva veramente un Angelo Custode e,
in caso positivo, quale poteva essere il suo nome, l’Angelo, evidentemente sentendosi chiamato in causa in prima persona,
venne a presentarsi. Il nome, in questa storia, non lo possiamo dire, perché è una cosa molto privata, ma sappiamo che, da allora,
ogni tanto si faceva sentire e ogni tanto spariva, ma, comunque, era sempre nelle vicinanze e, anche se non si sforzava più di tanto,
Giacomo lo considerava un buon amico.

Così certe volte Giacomo si sfogava con lui: "devo avere sbagliato tutto" - diceva - "non sono capace di farmi capire,
tutte le volte che tendo una mano verso le altre persone, regolarmente mi attribuiscono chissà quali intenzioni
che io non mi sogno nemmeno!". Ma l’Angelo si limitava a fare un risolino, e, se proprio era in vena di sprecarsi,
raccomandava a Giacomo di smetterla di piangersi addosso.
Giacomo per fortuna aveva un carattere piuttosto pacifico, e non se la prendeva poi troppo, però qualche volta ci rimaneva male:
“fai presto, tu !”- ribatteva - “io non sono mica un angelo, sono un essere umano e ho tutto il diritto di aspettarmi qualcosa dagli altri
in cambio di quello che faccio. Sono egoista, va bene, e allora ? Non ho mai detto di essere un santo !”.
Brontolava un po’, ma poi se la faceva passare, e lui e l’Angelo ritornavano amici.

Però, col passare degli anni, Giacomo era sempre più stanco: gli pareva che, ormai, la sua vita non fosse più utile per nessuno,
perché quello che doveva fare l’aveva fatto, aveva cercato di essere prima un buon figlio, e poi un buon marito e un buon padre,
e ci era anche abbastanza riuscito; in generale non si era mai tirato indietro davanti alle sue responsabilità
e si era sempre sforzato di fare la sua parte: così, se doveva fare un bilancio, tutto sommato non poteva negare
di avere avuto un’esistenza ricca di idee e di esperienze, limitatamente alle sue possibilità, ma, come abbiamo detto,
Giacomo era un uomo comune, modesto, non eccelleva in niente e non aveva particolari qualità di alcun genere.
Che poi gli fosse sempre mancato quel contatto profondo con i suoi simili che aveva sempre ricercato, be’, questo lo metteva in conto
negli aspetti negativi, anche se proprio non riusciva ad abituarsi ad essere sempre frainteso ed avrebbe voluto,
almeno una volta nella vita, sperimentare la sensazione di una comunione profonda con una qualsiasi altra persona.
Ma era arrivato a pensare che nel suo carattere doveva mancare la capacità di spiegarsi, anche se non riusciva a capire
cosa avrebbe dovuto fare per migliorare.

Ma, come abbiamo detto, invecchiando Giacomo sentiva sempre di più la stanchezza di vivere, e così sempre più spesso
si trovava a parlare con l’Angelo e a pregarlo di comunicare la cosa a chi di dovere.
“Lo so”- diceva - “che non spetta a noi stabilire quello che è giusto e quello che non è giusto, ma, insomma, non ti pare che ormai
io abbia vissuto abbastanza ? Per carità, ringrazio di tutto e mi scuso se ho dato disturbo, non vorrei mai dare l’impressione
di disprezzare quello che ho avuto, perché capisco benissimo che, soprattutto a paragone con tante altre situazioni che conosco,
io proprio non ho di che lamentarmi... però adesso basta, sono proprio stanco e anche piuttosto stufo, accidenti,
il mondo può andare avanti benissimo anche senza di me, non ti pare ? Capisco che avrei ancora tanto da imparare,
ma mi sa che ho la testa dura, più di così proprio non ce la faccio: mi sforzo di capire gli altri e di non prendermela se non ci riesco
e se anche gli altri non mi capiscono, ma ci rimango lo stesso male, anche se so che non dovrei, primo perché non posso pretendere
di sapere cosa gli altri veramente capiscono o non capiscono, e secondo perché in ogni caso tanto non serve a niente,
visto che anch’io ho l’impressione di capire sempre meno. Ma mi sento così solo e così inutile, non perché pensi che non ci sia gente
che può avere da me qualche utilità, ma perché sono io che sono stufo di sentirmi lamentare, e anche di sentire te,
che non mi sei di alcun aiuto ! Mi sento solo, se tu, che abitualmente te ne stai in Paradiso dove a quanto mi dici comunicate con il pensiero
in totale verità, riesci a capire cosa vuol dire “solitudine” !”.
Ma a questo punto, naturalmente, l’Angelo, che cercava sempre di evitare le discussioni bizantine che lasciano il tempo che trovano,
senza rinunciare al suo irritante risolino sbatteva le ali e si eclissava per un po’.

Così passavano i giorni, le settimane, i mesi e anche gli anni, e Giacomo era sempre più triste e si sentiva sempre più solo,
anche se era continuamente in mezzo alla gente e veniva da tutti considerato un tipo piuttosto simpatico, sempre disponibile
e anche di buona compagnia. Un po’ alla volta, aveva preso l’abitudine di saltare la mediazione dell’Angelo, con il quale negli ultimi tempi
si vedeva poco, e che comunque aveva dimostrato di non preoccuparsi poi più di tanto dei suoi guai, e di rivolgersi direttamente
al Grande Capo per presentargli sempre la stessa lagnanza: “O Signore, ma muore tanta brava gente che non ne ha nessuna voglia,
com’è che io sono ancora qui ? Non è che per caso ti sei scordato di aggiornare la mia pratica e ti è sfuggito che il mio tempo terreno
è scaduto da un pezzo? Scusa sai se mi permetto, non che metta in dubbio la Tua onniscienza, ma magari, con tutto il daffare che hai,
e i collaboratori scansafatiche che ti ritrovi, ti sei dimenticato che io, qui, non ho più niente da fare, e ho tanta voglia di andarmene
per ritornare a casa da Te. Sì, certo, sia fatta la Tua volontà, ma insomma, io mi limito a farTi umilmente presente che Giacomo
è stanco e stufo e, se non ci sono impedimenti, avanzerebbe rispettosa domanda di rientro veloce, anche immediato, se credi,
che tanto di pendenze in corso non ne ho...”. Ma il tempo passava, e tutto continuava come sempre, non succedeva niente e, ogni mattina,
Giacomo si svegliava nel suo letto con davanti un’altra giornata da far passare.

Un venerdì sera, rientrando dall’ufficio, Giacomo sentì nell’androne un rumore strano, come un sommesso insistente pigolìo:
era già successo che qualche passerotto o, la notte, un piccolo pipistrello, si infilassero nel buio portone e rimanessero intrappolati,
rischiando di finire in bocca a un gatto, se Giacomo non li avesse recuperati e rimessi in libertà, per cui si guardò attorno
nella scarsa luce della misera lampadina sospesa a sei metri di altezza, aspettandosi di vedere un fagottino di piume che si agitava
in un angolo. Ma questa volta, sotto il primo scalino, trovò invece un minuscolo esemplare della specie incriminata, un gattino di poche
settimane che piangeva disperatamente. Subito Giacomo lo prese in mano, senza neppure vederlo bene, e istintivamente, mentre si guardava
intorno alla ricerca di mamma gatta, prese ad accarezzarlo, subito ricompensato da un sonoro ron-ron speranzoso e soddisfatto.
“O santo cielo, ma dov’è andata la tua mamma?” chiese Giacomo al gattino, ma non ottenne risposta. Uscì nel cortile, poi tornò in strada
e fece un bel pezzo di marciapiede nei due sensi, entrò nei negozi vicini, chiese a tutti se avevano visto in giro una gatta alla ricerca
del suo piccolino, ma nessuno aveva visto niente, nessuno ne sapeva niente, e di gatte neppure l’ombra.

“E adesso, che ne facciamo di te ?” chiese Giacomo al micetto, ma quello, appallottolato nell’incavo del suo braccio, si era messo a dormire
come se non avesse alcuna preoccupazione al mondo. Tornato a casa, Giacomo salì a piedi i tre piani di scale, suonando ai vicini per domandare se sapessero qualcosa sul misterioso arrivo, ma tutti non l’avevano mai visto, né sapevano a chi potesse appartenere.
Così Giacomo se lo portò a casa e, alla luce più viva della cucina, potè vedere che si trattava di un gattino rosso, magro come un chiodo
ma apparentemente sano e vispo, e anche abbastanza indignato perchè, svegliato di soprassalto, non gli era ancora stata servita la pappa.
Con quello che aveva in casa e gli sembrava il meno inadatto a sfamare un cosino così piccolo e fragile, Giacomo riuscì a tamponare
momentaneamente la situazione, poi, posato il gattino satollo e sbadigliante nella poltrona del salotto, dove la sera, quando non usciva,
si metteva a leggere i suoi libri preferiti, e chiusa per precauzione la porta della stanza per non rischiare che il gattino si perdesse in qualche
angolo del grande appartamento, Giacomo uscì di nuovo e si precipitò, prima che i negozi chiudessero, ad acquistare i primi e più necessari
articoli per il nuovo arrivato.

Da quel giorno, il piccolo Satàn, così chiamato per il colore fiammeggiante della sua pelliccia e anche per il temperamento vivacissimo
e molto incline a combinare disastri, divenne il compagno inseparabile di Giacomo, il suo più caro affetto e la maggiore fonte delle sue
preoccupazioni. In pochi mesi, divenne un bellissimo gattone sano e robusto, sempre allegro ed affettuoso, e Giacomo, che lo curava
con tutte le possibili attenzioni, tempestava il veterinario di domande per ogni minima perplessità e praticamente regolava il suo tempo
in funzione delle esigenze feline, si domandava come aveva fatto a stare senza di lui.
Quando alla sera rientrava a casa, Satàn era in anticamera ad accoglierlo e gli raccontava, con i suoi modulati mugolii, tutto quello
che era successo durante la giornata; se qualche sera doveva uscire, Satàn brontolava un po’, ma poi, siccome era un gatto di buon carattere,
lo perdonava e non gli lesinava fusa e coccole. Alla domenica, poi, Satàn era un micio felice, perché aveva compagnia per tutto il giorno
e poteva, fra un pisolino e l’altro, seguire il suo amico in giro per tutta la casa, o acciambellarsi accanto a lui sul divano ad ascoltare musica
facendosi pigramente accarezzare.

In apparenza, la vita di Giacomo non era cambiata: i suoi rapporti con la parte umana della popolazione erano sempre i soliti, cordiali,
aperti, ma superficiali, nel senso che non veniva mai scalfito quel diaframma che lo separava dal resto del mondo.
Nel suo mondo però era entrato Satàn, e con lui Giacomo si trovava veramente a suo agio, gli parlava ed era convinto che il suo amico
lo capisse e anche in qualche modo lo giudicasse con affettuosa indulgenza, accettandolo per quello che era senza attendersi da lui
altro che quell’affetto incondizionato che Giacomo era felice di potergli dare. E anche Giacomo non giudicava Satàn, non si arrabbiava mai
con lui nemmeno quando gli combinava disastri, perfino quando gli mordicchiò la rilegatura in pelle di un’antica e preziosa edizione
alla quale teneva moltissimo, Giacomo si limitò a chiamarlo “brutto gattaccio”, ma già con gli occhi che gli ridevano alla vista
dell’espressione contrita del micio, che aveva capito di averla combinata grossa. “Non è colpa tua” - aveva commentato Giacomo
accarezzandogli la bella testa che si spingeva verso il suo mento per far pace - “sono stato stupido io, a lasciare in giro il libro,
e se sono disordinato è giusto che tu me lo faccia notare”.

Però questo episodio lo fece riflettere, non su Satàn, che godeva sempre e comunque del suo amore, ma su se stesso.
“Perché” - si chiese Giacomo - “qualsiasi cosa combini Satàn io non me la prendo mai con lui, non ci rimango mai male, non gli tolgo
nemmeno per un attimo la mia stima e il mio affetto, mentre sono tanto suscettibile alle reazioni delle persone, e soffro se mi sento
incompreso e trascurato ?”. Una risposta superficiale sarebbe stata quella di dire che, per forza, un gatto è un gatto, e non si possono
pretendere da lui comportamenti consapevoli come quelli che si ha il diritto di aspettarsi dagli umani, ma Giacomo si rendeva conto
che non era questo il punto. Quello che lui voleva capire era il perché della differenza fra l’amore che provava per Satàn e quello
che provava o aveva provato per i suoi simili, perché si sentiva capace di amare Satàn, e in lui qualsiasi altro gatto, senza attendersi
nulla in cambio, e non riusciva ad amare nella stessa maniera gli esseri umani. “Certo, i gatti sono molto più simpatici” - congetturava
Giacomo - “ma perché li trovo più simpatici? A essere onesti, sono anche loro egoisti, a volte sono indisponenti, pretendono che le cose
vengano fatte a modo loro e quando vogliono loro, danno tanto affetto, è vero, ma sempre e comunque se, quando e come decidono
loro di farlo. Sarà perché Satàn dipende da me, e quindi mi permette di sentirmi importante, anzi indispensabile ?”.
Era stato indispensabile anche per i suoi figli, quando erano piccoli, ma aveva sempre saputo che prima o poi se ne sarebbero andati, e,
a parte loro, per tutti gli altri affetti della sua vita aveva tutt’al più pensato di poter essere utile, ma certo non necessario.

Così riflettendo sul proprio egoismo di base, che coinvolgeva anche il suo amatissimo gatto, Giacomo incominciò a pensare
che non era giusto lasciare Satàn solo tutto il giorno, visto che lui non era ancora in pensione e quindi doveva passare fuori di casa
buona parte della giornata. Satàn aveva ormai quasi un anno, l’età giusta per sterilizzarlo ed evitargli i rischi di una possibile fuga,
e Giacomo si consultò con il veterinario circa l’opportunità di trovargli un fratellino, o sorellina che fosse.
Beatrice, detta Bea, arrivò a casa un mese dopo grazie ai buoni uffici di una gattara della zona, che aveva segnalato la presenza
in un vicino cantiere di una micetta sparuta e malandata, ma molto domestica anche se timida: venne catturata senza troppa fatica
e presentata ufficialmente a Satàn, che dapprima manifestò tutto il suo disappunto soffiando e rifugiandosi indignato sotto il letto,
ma, in capo a due giorni, se ne innamorò perdutamente, entusiasticamente ricambiato dalla piccolina che lo elesse subito
suo mèntore e salvatore.

Bea era bianca e nera, con due occhi verdi grandissimi e maniere dolci e insinuanti: per il primo compleanno di Satàn era già diventata
una gattina sicura di sé, grassottella e giocherellona, affezionatissima anche a Giacomo, pur riconoscendo in Satàn il proprio signore.
Erano sempre insieme, insieme attendevano il ritorno di Giacomo e allietavano la sua permanenza in casa, anche se era evidente
che in molte cose tendevano ad escluderlo, comunicando fra loro in quel linguaggio gattesco dal quale lui si sentiva tagliato fuori.
A Giacomo sembrava di avere un po’ perso Satàn, ma in fondo la cosa non gli dispiaceva, perché si rendeva conto che il micione
era molto più felice così, con una bella sorellina sempre presente, e non più costretto a vivere in funzione del poco tempo
che lui gli poteva dedicare.

Adesso Giacomo, quelle rare volte che incontrava il suo Angelo Custode, gli parlava dei suoi gatti, e l’Angelo ascoltava con attenzione,
dava utili consigli e aveva la cortesia di non fargli notare il cambiamento che era avvenuto in lui, perché sapeva che Giacomo,
al momento opportuno, se ne sarebbe accorto da solo. E infatti una sera, mentre Giacomo come al solito riepilogava nella mente la giornata
trascorsa rimarcando la futilità dei rapporti con i colleghi e i conoscenti, e il dispiacere che provava nel non riuscire a trasmettere
alle persone, tutte, non solo quelle verso cui provava un affetto particolare, i suoi sentimenti di umana solidarietà, che ormai aveva imparato
a non esprimere neppure, perché tanto sapeva che sarebbero stati fraintesi, ebbe come una folgorazione.
Di colpo si accorse che ormai da più di un anno non presentava al Grande Capo la sua richiesta di trasferimento urgente,
perché proprio non ci aveva più pensato.

“Ma come è possibile ?!” - si chiese Giacomo stupefatto - “eppure sono ancora sempre tanto stanco, e tanto stufo, anzi, se possibile lo sono
ancora di più. Mi sento sempre più solo, e se non fosse per Satàn e Beatrice...” di colpo la realtà della situazione gli si chiarì nella mente:
come avrebbe potuto pensare di andarsene, chi avrebbe pensato ai suoi gatti, chi si sarebbe preso cura di loro ? Sarebbero finiti chissà dove,
nella migliore delle ipotesi in un ospizio, o addirittura, se fosse stata finalmente accolta la sua istanza di trapasso immediato,
in mezzo a una strada ! Idea orribile ! Come aveva potuto essere tanto irresponsabile da coltivare un pensiero così perfido, quello sì
che era vero autentico egoismo, altro che le sue solite lagne sull’incomunicabilità e tutte le altre sofisticherie !
E subito un altro pensiero gli sfolgorò nella mente: ma santo cielo, quanto avrebbero potuto vivere i suoi gatti? E lui, quanto poteva
ragionevolmente pensare di avere ancora da vivere? Be’, non poteva certo augurare una vita breve ai suoi amici per togliersi lui dagli impicci,
nessuno lo aveva obbligato ad accoglierli in casa, e visto che lo aveva fatto adesso sentiva la precisa responsabilità di assicurare loro
la massima tranquillità. Giacomo decise che, già da domani, si sarebbe informato sulle possibili soluzioni in caso di sua premorienza,
e su questo pensiero si addormentò più consapevolmente sereno di quanto non gli accadesse da non ricordava più quanti e quanti anni.

La sera successiva, dopo parecchio tempo, capitò in visita l’Angelo Custode: passava di lì, disse, ma andava di fretta, però aveva pensato
di fare un salutino giusto per vedere come andavano le cose con Satàn e Beatrice... Giacomo lo ragguagliò sugli ultimi sensazionali sviluppi,
ma al vedere il solito sorrisino, quello che Giacomo chiamava da “faccia da schiaffi”, comparire sulle labbra dell’Angelo, lo minacciò
brandendo un pesante volume della Treccani e poi si mise a ridere: “E va bene” - esclamò - “bella forza che sapevi già tutto, tu te ne stai
nell’eterno presente, mica sarai un angelo per niente, altrimenti per cosa ti pagano lassù ?”. L’Angelo lo assicurò che lo stipendio era poco,
giusto il minimo sindacale, perché lui era stato assunto solo da mille anni, però doveva ammettere che il lavoro dava delle soddisfazioni,
e ridacchiando svolazzò via.

Da quel giorno, Giacomo cercò di riorganizzare la sua vita: “tutti dobbiamo avere delle soddisfazioni, fa parte della natura umana”
- si disse - “e io le soddisfazioni le trovo nella compagnia dei miei gatti: certo in questo c’è una grossa parte di egoismo, ma è un egoismo
diverso da quello che ha sempre bloccato i miei rapporti con gli umani, perché dai miei gatti non mi aspetto altro che stiano bene
e vivano sereni e contenti, ben curati e coccolati, mentre non sono capace di amare gli uomini allo stesso modo perché da loro mi aspetto
in cambio qualcosa che non ricevo mai”. Stabilito che quelli erano dati di fatto e non ci poteva fare niente, Giacomo non smise di amare
gli esseri umani, ma riuscì, paragonandoli per difetto ai gatti, ad attendersi meno da loro, e così il suo dispiacere per sentirsi sempre
incompreso diminuì sensibilmente, anche se ogni tanto si sorprendeva a pensare, a proposito di qualcuno che lo aveva particolarmente
ferito: “Be’, poveretto, non è un gatto...” . Qualche volta, Giacomo pensava che forse il suo era diventato un atteggiamento di superiorità
nei confronti degli altri, e che mentre prima tendeva a colpevolizzarsi sempre per tutto, adesso al contrario gli sembrava di guardare
le cose dall’alto, con un certo distacco che non era proprio sicuro fosse molto benevolo.
Però non si soffermava troppo a pensarci: in passato si era rotto la testa abbastanza, a riflettere sulle sue azioni, sui suoi pensieri, e sulle
motivazioni palesi e recondite delle sue azioni e dei suoi pensieri, e tutto senza cavare un ragno dal buco, anzi, invischiandosi sempre più
in una rete di congetture inestricabile. Adesso, aveva deciso di lasciarsi vivere come gli pareva e piaceva, senza preoccuparsi più di tanto.
E poi aveva i suoi amati gatti a cui pensare.

Così, Giacomo decise che quello che era iniziato come un caso ed era proseguito come una scelta, poteva anche essere incrementato
per diventare qualcosa di utile: d’accordo, non poteva salvare tutti i gatti che vedeva, ma in casa sua, che era bella grande, si poteva trovare
il posto per qualche amico in più, e fu così che Satàn e Beatrice, dapprima con un certo disappunto, poi con perplessità, e infine con
rassegnazione ed allegria, ebbero presto una bella compagnia di fratelli e sorelle grandi e piccoli, pescati dalla strada
e regolarmente aggregati alla famiglia.

Intanto, gli anni non smettevano di passare, e Giacomo ormai era quasi vecchio: anche Satàn aveva una bella età, e la piccola Beatrice
purtroppo se n’era già andata, compianta e ricordata da tutti con lo stesso affetto di cui era stata circondata in vita.
Tanti gatti si erano avvicendati nella casa di Giacomo, qualcuno anche solo di passaggio, per essere ben sistemato presso amici fidati,
ma la maggior parte era ancora lì, e Giacomo, ormai in pensione, si occupava di loro e, quando accoglieva un piccolino nuovo,
non si preoccupava più di fare il conto degli anni, perché altrimenti avrebbe dovuto rifiutarlo, e preferiva affidarsi al destino.
Aveva provveduto a sistemare il futuro, sottraendo ai figli una quota di eredità, ma certo preferiva non pensarci, perché come faceva
ad essere proprio sicuro che, morto lui, ciascuno dei suoi gatti avrebbe ricevuto non solo le cure, ma anche l’amore che lui non gli aveva mai
fatto mancare ? Erano parecchi, e non tutti amabili e tranquilli: qualcuno aveva un caratteraccio, qualcun altro era vecchio o bisognoso
di particolari attenzioni... Giacomo non presentava più istanze al Grande Capo, e quando faceva quattro chiacchiere con l’Angelo Custode,
il che ultimamente accadeva sempre più spesso, parlava di problemi concreti, che non arrivavano più in là dei prossimi giorni,
e lasciava perdere la filosofia.

Ma una sera, al momento di andare a dormire, Giacomo percepì nell’aria qualcosa di diverso; si sedette sul letto e attese
l’arrivo dell’ Angelo, perché sapeva che ormai era questione di poco. E infatti l’Angelo arrivò e si sedette vicino a lui, guardandolo
con quel suo sorrisino ironico che ormai Giacomo aveva imparato ad amare. “Sei soddisfatto, Giacomo?” gli chiese, e lui rispose che sì,
non si poteva lamentare, però negli ultimi giorni gli erano venuti in testa tanti pensieri, aveva un po’ ricapitolato la sua vita, soprattutto
l’ultima parte, e c’erano delle domande che non trovavano risposta. “Parliamone”, propose l’Angelo, e Giacomo incominciò:
“Ti ricordi quando mi lamentavo sempre e volevo morire, perché ero stufo di vivere e credevo di non avere più niente da fare ?”
“Come no” - sospirò l’Angelo - “mi hai talmente stressato, che mi hanno persino dato una promozione ”.
“Bene, allora non ti lamentare e ascoltami” - continuò Giacomo, che non dava mai molta soddisfazione - “stavo dicendo che, a quel tempo,
io credevo di aver capito tutto quello che potevo, ed ero arrivato a pensare che lassù, nelle alte sfere, avessero fatto uno sbaglio sul mio conto,
si fossero dimenticati di me. Invece dopo, quando ho incontrato Satàn, ho capito che avevo torto, e che avevo ancora tanto da fare.
Ma adesso, come faccio ad essere sicuro di non avere ancora una volta sbagliato tutto ? E ormai, lo so benissimo, non ho più tempo
per rimediare, e cosa sarà dei miei gatti, quando fra poco non sarò più qui ? Adesso non vorrei più morire, per poter continuare
ad occuparmi di loro, anche se mi rendo conto che il mio desiderio è ancora più assurdo di quello di prima, ma non posso
non preoccuparmi per loro. Non che pensi di essere proprio indispensabile, ma certo nessuno potrà amarli come li amo io...
Prendi Satàn, per esempio: sono vent’anni che dorme con me, sul mio letto, è abituato a me, soffrirà quando non mi troverà più,
e ormai anche lui è molto anziano, e stanco...”.
E così dicendo allungò la mano per accarezzare la pelliccia rossa un po’ opaca del suo vecchio amico.
Ma l’Angelo scosse la testa, e il solito risolino gli brillò negli occhi: “Sei proprio incorreggibile, eh, Giacomo?” - disse - “Mai che tu faccia
lo sforzo di avere un po’ di fiducia, eppure ne hai avute di dimostrazioni ! Pensi sempre di dover fare tutto tu, di essere responsabile
di tutto, e vuoi fare più di quello che è in tuo potere, quando già hai fatto tutto quello che potevi. Sei proprio megalomane, e anche,
scusa se te lo dico, ma te lo dico con affetto, sei anche un po’ tonto: ma ancora non hai capito che i gatti sono Angeli, e gli Angeli... sono gatti?”
E con un dolce miagolìo l’Angelo prese in braccio Satàn, tese la mano a Giacomo e tutti e tre insieme volarono via.

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